“Altro che vittoria schiacciante della sinistra: l’uscita di scena del Cavaliere ha favorito in realtà il consolidamento di un’unica vastissima destra".

"La sinistra può oggi finalmente governare e può distribuire un bonus di ottanta euro al proprio bacino elettorale; ma può farlo solo rinunciando a se stessa e intestandosi il programma altrui”.


“Nata solo dopo il 1945, alla fine della Guerra fredda la democrazia cessa perciò di esistere nella sua figura moderna e ne prende una postmoderna. Per poi assumere nuove forme sempre più ‘autoritarie’ [...] Nella semicolonia statunitense di lingua italiana la democrazia è dunque in via di cessazione. E la deriva della sinistra ne è da tempo l’accompagnamento spensierato”.

“La democrazia ha un inizio ma purtroppo, come tutto ciò che è nella storia, può anche avere una fine e deperisce subito quando i rapporti di forza in una società sono eccessivamente squilibrati. E quando, di conseguenza, le parti più forti prevalgono in maniera schiacciante sulle altre [...] Senza nessun bisogno di chiamare in causa la P2 o chissà quali trame oscure, ciò che sta avvenendo è la normalità del programma e della prassi politica liberale nel momento in cui gli interessi delle classi dominanti non trovano più un’efficace risposta nel conflitto organizzato e consapevole delle classi subalterne”.

martedì 19 maggio 2015

Un focus video sulla presentazione di “Democrazia cercasi” a Pisa




Venerdì 8 maggio Il circolo agorà ha promosso l’incontro “Democrazia cercasi” di cui, finalmente possiamo oggi proporre una documentazione video, per merito dell’unico organo di stampa locale interessatosi a un evento che ha coinvolto forze politiche, sociali e sindacali molto importanti della città di Pisa, per rappresentanza istituzionale e di presenza nei posti di lavoro.


L’assenza pressoché totale d’indipendenza dei vari organi di stampa locali testimoniano, insieme a molti altri fatti ed elementi, il livello di regressione della democrazia sul nostro territorio, di cui si è trattato durante l’incontro, Incentrato appunto sulla progressiva regressione della democrazia formale e sostanziale nelle istituzioni centrali e periferiche del paese.

All’incontro Hanno partecipato Stefano Azzarà, ricercatore di Storia della filosofia all’Università di Urbino e autore dell’omonimo libro, Fabio Bentivoglio, insegnante di Storia e Filosofia, l’Avvocato Giorgio Bindi.
In seguito sono intervenuti la Presidente ARCI Pisa, esponenti del M5S, di Ross@ Pisa,  della  Rete dei Comunisti, del PRC, di Progetto Rebeldìa, di Una Città in Comune e dell’Unione Sindacale di Base.

Il dibattito ci ha permesso di contestualizzare storicamente l’attuale attacco al sistema democratico e costituzionale italiano, dandoci occasione per denunciare le politiche dell’attuale Giunta comunale pisana, che si muove esattamente nel solco dei processi regressivi, autoritari, antidemocratici denunciati dai vari relatori.

Venerdì 8 maggio la presentazione di "Democrazia Cercasi" a Pisa



mercoledì 11 marzo 2015

La presentazione di "Democrazia Cercasi" alla Società di studi politici / Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli

Presentazione del libro "Democrazia Cercasi. Dalla caduta del Muro a Renzi: sconfitta e mutazione della sinistra, bonapartismo postmoderno e impotenza della filosofia in Italia", Imprimatur Editore.

Introduce: Domenico Losurdo.

Napoli, 24 febbraio 2015, Società di studi politici, presso la sede dell'Istituto italiano per gli studi filosofici, Palazzo Serra di Cassano.

[il thumbnail è rovesciato ma il video funziona normalmente SGA]

giovedì 19 febbraio 2015

"Democrazia Cercasi": presentazione al Circolo PRC Appio di Roma venerdì 27 febbraio



"Democrazia Cercasi" sul blog di Januaria Piromallo, Il Fatto Quotidiano on line

Democrazia-cercasi-AzzaràLa democrazia in Italia è finita
di Januaria Piromallo il Fatto Quotidiano on line | 18 febbraio 2015
Comincio subito con le presentazioni. Stefano G. Azzarà è uno studioso delle principali tradizioni filosofico-politiche dell’età contemporanea (conservatorismo, liberalismo, socialismo), insegna Storia della Filosofia politica all’Università di Urbino ma nasce a Messina nel 1970. È segretario alla Presidenza della ‘Internationale Gesellschaft Hegel-Marx’ e membro del comitato di redazione di Marxismo Oggi. Dal suo blog www.materialismostorico.it lancia messaggi pensanti al popolo della rete. Praticamente un Panda, in via d’estinzione. Conferenziere, saggista, scrive libri. L’ultimo si chiama Democrazia cercasi – Dalla caduta del Muro a Renzi: sconfitta e mutazione della sinistra, bonapartismo postmoderno e impotenza della filosofia in Italia (Imprimatur Editore). Un requiem in memoria della democrazia? “Noooo, che sono superstizioso!”, la butta lì il professore. Siamo, allora, come un bambino con troppi giocattoli, finisci con l’averne la nausea. 
“C’è sostanziale accordo tra gli studiosi, in merito alle trasformazioni che negli ultimi decenni hanno cambiato in senso ‘anglosassone’ il volto democrazia; molto meno ce n’è invece sul giudizio da dare su questi processi: per questo libro, la democrazia è una forma storicamente determinata di formalizzazione del conflitto e dunque ha un inizio ma può anche avere un termine – spiega Azzarà – Oggi essa è semplicemente finita. O meglio, è esaurita nelle sue forme ‘moderne': in quelle forme forti e inclusive che comprendono non soltanto il suffragio universale proporzionale ma anche l’imposta progressiva, il riconoscimento dei diritti economico-sociali e la partecipazione attiva, autonoma e organizzata degli interessi delle classi subalterne alla vita politica”...



martedì 10 febbraio 2015

"Democrazia Cercasi": una presentazione a Napoli il 24 febbraio



Il Manifesto recensisce "Democrazia Cercasi"

S.G. Azzarà, Democrazia cercasi, Imprimatur Editore, pp. 363, euro 16: in libreria e in e-bookRingrazio Paolo Ercolani e il Manifesto, un giornale al quale non risparmio mai le mie critiche ma che tutti, per una ragione o per l'altra, siamo sempre costretti a leggere [SGA].

L’orizzonte perduto della trasformazione

Paolo Ercolani, il Manifesto 22.1.2015
   
La para­bola che sale con imme­dia­tezza alla mente è quella rac­con­tata da Kafka nel suo Il pro­cesso. In que­sto libro si narra di un uomo che giunge davanti alla porta della verità e della giu­sti­zia, e mal­grado essa sia aperta egli decide di rivol­gersi al custode (il potere fre­nante) chie­dendo il per­messo di poter entrare. Si può dav­vero chie­dere il per­messo per acce­dere a ciò che è nel diritto di ogni essere umano?
Ma tant’è. Il custode nega quel per­messo e l’uomo decide di sedersi per aspet­tare. Con­ti­nuando perio­di­ca­mente a richie­dere un per­messo che gli viene pun­tual­mente negato, sem­pre con la solita spie­ga­zione per cui non è ancora il momento.
Passa un tempo lun­ghis­simo, tanto che l’uomo ha potuto stu­diare le carat­te­ri­sti­che del custode con pre­ci­sione cer­to­sina, fino a cono­scere per­sino il numero delle pulci pre­senti nel suo collo di pel­lic­cia. Il tempo è sovrano, forse l’unico dio di cui dispo­niamo in que­sta terra (e di cui vediamo e subiamo effetti ben tangibili).
Cosic­ché l’uomo giunge in punto di morte, e volen­dosi con­ce­dere almeno il lusso della curio­sità, rivolge la domanda fati­dica al custode: «Come mai in tutti que­sti anni sono stato l’unico a chie­dere di poter entrare?». La rispo­sta è ful­mi­nante: «Nes­sun altro poteva entrare per­ché que­sta era la vostra porta. E adesso andrò a chiu­derla per sempre!».
Una sto­ria che ricorda molto da vicino la para­bola della sini­stra con­tem­po­ra­nea. Una sini­stra che ha avuto la sua occa­sione nel 1989, ma l’ha spre­cata affo­gando nella furia di rin­ne­gare tutto il pro­prio pas­sato, dismet­tere i pro­pri valori e ade­rire, con lo zelo ecces­sivo del neo­fita, a quelli di un libe­ra­li­smo che nel frat­tempo stava indos­sando nuo­va­mente la veste ultraliberista.
In que­sto senso trova una spie­ga­zione il trionfo odierno del Pd e del suo nuovo lea­der Mat­teo Renzi: «Altro che vit­to­ria schiac­ciante della sini­stra: l’uscita di scena del Cava­liere ha favo­rito e con­fer­mato in realtà il con­so­li­da­mento di un’unica vastis­sima destra!».
È que­sto il ritratto duro e impie­toso che emerge dalla let­tura del nuovo libro di Ste­fano G. Azzarà, Demo­cra­zia cer­casi. Dalla caduta del Muro a Renzi: scon­fitta e muta­zione della sini­stra, bona­par­ti­smo post­mo­derno e impo­tenza della filo­so­fia in Ita­lia (Impri­ma­tur edi­tore, pp. 333, 16 euro).
Ma non è ovvia­mente tutto. Per­ché secondo l’autore non è sol­tanto che la sini­stra oggi può final­mente gover­nare e distri­buire un bonus di ottanta euro ai pro­pri elet­tori, rinun­ciando a se stessa e inte­stan­dosi il pro­gramma altrui. Il fatto prin­ci­pale, piut­to­sto, è che con la disfatta della sini­stra biso­gna pren­dere atto dell’estinguersi della democrazia.
Que­sta infatti, come ogni feno­meno che com­pare nel pro­sce­nio della vicenda umana, ha un ini­zio e pur­troppo anche una fine. Secondo Azzarà depe­ri­sce quando i rap­porti di forza in una società sono ecces­si­va­mente squi­li­brati e, di con­se­guenza, le parti più forti pre­val­gono in maniera schiac­ciante sulle altre. Senza nes­sun biso­gno di chia­mare in causa la P2 o chissà quali trame oscure, ciò che sta avve­nendo è la nor­ma­lità del pro­gramma e della prassi poli­tica libe­rale nel momento in cui gli inte­ressi delle classi domi­nanti non tro­vano più un’efficace rispo­sta nel con­flitto orga­niz­zato delle classi subalterne.
In que­sto senso, pos­siamo e dob­biamo smet­tere di par­lare di un con­te­sto democratico.
Secondo Azzarà, infatti, abbiamo assi­stito e stiamo assi­stendo a muta­menti impo­nenti che hanno svuo­tato gli stru­menti della par­te­ci­pa­zione popo­lare, favo­rendo una forma neo­bo­na­par­ti­stica e iper­me­dia­tica di potere cari­sma­tico e spin­gendo molti cit­ta­dini nel limbo dell’astensionismo o nell’imbuto di una pro­te­sta rab­biosa e inef­fi­cace. Al tempo stesso, in nome dell’emergenza eco­no­mica per­ma­nente e della gover­na­bi­lità, gli spazi di rifles­sione pub­blica e con­fronto sono stati sacri­fi­cati al pri­mato di un deci­sio­ni­smo improvvisato.
Die­tro que­sti cam­bia­menti c’è però un più cor­poso pro­cesso mate­riale che dalla fine degli anni Set­tanta del secolo scorso ha minato le fon­da­menta stesse della demo­cra­zia: il rie­qui­li­brio dei rap­porti di forza tra le classi sociali, che nel dopo­guerra aveva con­sen­tito la costru­zione del Wel­fare, ha lasciato il campo ad una riscossa dei ceti pro­prie­tari che nel nostro paese come in tutto l’Occidente ha por­tato ad una redi­stri­bu­zione verso l’alto della ric­chezza nazio­nale, alla fran­tu­ma­zione e pre­ca­riz­zione del lavoro, allo sman­tel­la­mento dei diritti eco­no­mici e sociali dei più deboli. Intanto, nell’alveo del neo­li­be­ra­li­smo trion­fante, si dif­fon­deva un clima cul­tu­rale dai tratti mar­ca­ta­mente indi­vi­dua­li­stici e com­pe­ti­tivi. Men­tre dalle arti figu­ra­tive alla filo­so­fia, dalla sto­ria alle scienze umane, il post­mo­der­ni­smo dila­gava, dele­git­ti­mando i fon­da­menti e i valori della moder­nità – la ragione, l’uguaglianza, la tra­sfor­ma­zione del reale — ren­dendo impra­ti­ca­bile ogni pro­getto di eman­ci­pa­zione con­sa­pe­vole, col­let­tiva e organizzata.
Il punto nodale è che è stata la sini­stra, e non Ber­lu­sconi, il prin­ci­pale agente respon­sa­bile di que­sta deva­sta­zione.
Una sini­stra ste­ril­mente aggrap­pata al valore ana­cro­ni­stico dell’«antifascismo», con i par­la­men­tari di Pd e Sel che, esat­ta­mente un anno fa (28 gen­naio del 2014), can­ta­vano «Bella ciao» in par­la­mento per cele­brare l’approvazione di un decreto che (sapien­te­mente blin­dato dalla pre­si­dente della camera) in realtà si rive­lava come l’ennesimo grosso favore alle banche.
E dire che la potenza «anti­fa­sci­sta» per eccel­lenza è in realtà l’America, pronta ed effi­cace nell’affibbiare la patente di «fasci­sta» all’Islam (Daniel Pipes) e di volta in volta ai vari pro­ta­go­ni­sti della poli­tica che osano opporsi alla fab­brica del con­senso made in Usa.
L’economista J. K. Gal­braith scrisse che «sotto il capi­ta­li­smo l’uomo sfrutta l’altro uomo, sotto il comu­ni­smo avviene il contrario».
La sini­stra odierna ha rite­nuto un’operazione par­ti­co­lar­mente sagace sce­gliere con entu­sia­smo la prima opzione.

venerdì 16 gennaio 2015

Corrado Ocone recensisce "Democrazia Cercasi"

Ringrazio l'autore della recensione per l'attenzione [SGA].

il Garantista, sabato 3 gennaio2015


lunedì 8 dicembre 2014

Il simulacro della democrazia italiana. Un pamphlet politico-filosofico di Stefano G. Azzarà

Damiano Palano, che ringrazio, è ordinario di Filosofia politica alla Cattolica di Milano [SGA].
Il simulacro della democrazia italiana. Un pamphlet politico-filosofico di Stefano G. Azzarà

di Damiano Palano sabato 15 novembre 2014 su Maelstrom

... Da questo panorama fuoriesce invece con decisione il nuovo volume di Stefano G. Azzarà, Democrazia cercasi. Dalla caduta del Muro a Renzi: sconfitta e mutazione della sinistra, bonapartismo postmoderno e impotenza della filosofia in Italia (Imprimatur, pp. 333, euro 16.00), forse il primo testo che in modo articolato utilizza la categoria di «bonapartismo» per interpretare il «renzismo». Azzarà non nasconde la propria impostazione marxista, un’impostazione teorica che naturalmente per molti sarebbe un motivo sufficiente per non sfogliare nemmeno il suo libro. Anche se il marxismo di Azzarà – un marxismo che guarda soprattutto a Gramsci, ma anche ad autori contemporanei come Domenico Losurdo – talvolta finisce con l’imbrigliare l’analisi in una terminologia ingombrante, è invece difficile non concordare con molte delle tesi di Democrazia cercasi, o quantomeno con la rilettura della storia italiana degli ultimi trent’anni che propone...

La sinistra? Tutta da buttare

La sinistra? Tutta da buttare

Nel pamphlet Democrazia Cercasi, il filosofo Stefano G. Azzarà smonta il percorso culturale della sinistra italiana
di Bruno Giurato il GiornaleOff 26 ottobre 2014


S’io fossi rosso arderei lo mondo. Doveva arrivare uno che non ha paura di dichiararsi comunista per fare a pezzettini il marketing giovanilista-ottimista-progressista-di-sinistra. Stiamo parlando del filosofo messinese Stefano Azzarà, che insegna a Urbino, e che ha scritto un pamphlet di lucida analisi storico politologica. Tutto contro la sinistra attuale.

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Il libro si chiama: Democrazia cercasi (Imprimatur Edizioni, pp. 336, 16 Euro) e l’accusa di Azzarà è chiarissima. La sinistra è diventata una fotocopia, sbiadita, della destra. Ce l’ha con Matteo Renzi, certo. Ma dire che Matteo è una copia del Cav. È ormai un luogo comune, e questo libro di polemica “alta” va oltre i luoghi comuni. Qui il “bon del pastizz”, la parte ghiotta, è l’analisi storica. Chi ha in mente il comunismo ombelicale dei Francesco Piccolo si prepari a una bella doccia fredda.


Secondo Azzarà: “La sinistra italiana ha cominciato a morire molti anni fa. Quando, in seguito […] a una sconfitta strategica di proporzioni rivelatesi bibliche, invece di fermarsi a ripensare le proprie ragioni […] ha preteso di governare processi molto più forti di lei”. E aggiunge: “E’ stata in primo luogo la tradizione politica del Pci ad averci accompagnato verso la catastrofe”. La colpa della sinistra sarebbe quella di aver dimenticato il suo ruolo principale, la difesa dei lavoratori (non è un caso se l’unica a offrire un certo sollievo da questo punto di vista, ultimamente, è la chiesa cattolica) ed essersi baloccata con temi come l’antiberlusconismo, i “colorati” diritti civili, e la retorica dell’antifascismo.
“Affidato all’Anpi, il significato politico originario del concetto di antifascismo è stato stravolto e reso carne da macello” commenta spietato Azzarà. Nel libro non mancano copi di mannaia a personaggi come D’Alema, Occhetto, e contro la retorica europeista dei Napolitano e Prodi, colpevoli di avere affidato l’Italia a un “golpe monetarista”, con la nostra sovranità regalata alla dittatura economica europea.

Postdemocrazia e responsabilità della sinistra italiana

[Letture Corsare] Postdemocrazia e responsabilità della sinistra italiana. Democrazia Cercasi, di Stefano Azzarà


La crisi della democrazia italiana? Colpa della sinistra. Berlusconi? Solo l'interprete. Renzi? Ciò che D'Alema ha sempre sognato di essere. Un saggio politico e filosofico, che recupera la lotta di classe e va all'attacco dei postmodernisti di destra e di sinistra.
È uscito da qualche settimana per Imprimatur Democrazia Cercasi. Dalla caduta del Muro a Renzi: sconfitta e mutazione della sinistra, bonapartismo postmoderno e impotenza della filosofia in Italia di Stefano Azzarà. Si tratta di un’analisi che cerca nella storia (e negli errori) del Pci le radici del renzismo e che riabilita il percorso politico e culturale del ’900. Con Azzarà, allievo di Domenico Losurdo e profondo conoscitore di Nietzsche e del pensiero conservatore, abbiamo parlato del suo lavoro concentrandoci sulla parte più politica, inerente alla crisi della democrazia e della rappresentanza.
[Letture Corsare] Postdemocrazia e responsabilità della sinistra italiana.  Democrazia Cercasi, di Stefano AzzaràLa crisi della democrazia in Italia – a tuo giudizio – non avviene col “berlusconismo”, anzi critichi la postura di chi ha gridato al fascismo durante gli anni del suo Governo. Scrivi piuttosto che essa prende luogo tra il 1989 – anno della caduta del Muro – e il 1993, quando in Italia prende piede il sistema elettorale maggioritario. In che forme questo avviene e perché il “berlusconismo” è stato solo un fenomeno successivo?
Democrazia moderna è sinonimo di equilibrio relativo nei rapporti di forza politico-sociali. Essa nasce quando, dopo la Seconda guerra mondiale e anche grazie all'organizzazione che erano state capaci di darsi, le classi subalterne acquisiscono una forza tale da conquistare il riconoscimento e di conseguenza l'inclusione nella cittadinanza. Da qui quella grande operazione di redistribuzione della ricchezza e del potere che ha caratterizzato i decenni fino agli anni Settanta. Non che si fosse realizzato il socialismo, ovviamente: le classi dominanti restavano dominanti, quelle subalterne restavano subalterne; però esisteva una comparabilità delle forze in campo senza la quale non si può parlare di democrazia nel senso pieno del termine (includendo nella definizione di questo termine l'istruzione, la scuola, la sanità, ecc. ecc.). Di conseguenza, la democrazia comincia a finire quando questi rapporti di forza, dopo molti decenni di riequilibrio, tornano a squilibrarsi in maniera drastica. E questo avviene negli anni Settanta, quando all'apice dell'ascesa del movimento dei lavoratori il ciclo si inverte e le classi dominanti reagiscono, lungo alcuni percorsi – dalla scomposizione del ciclo produttivo alla delegittimazione dei partiti di massa – che ci riporteranno, nel deserto attuale, a scenari che anticipano un ritorno all'Ottocento.
Di queste tendenze restaurative, presenti in tutto il mondo occidentale, il berlusconismo è stato un inteprete e non la causa. Un interprete privilegiato, ovviamente, perché aveva dalla sua parte la ricchezza e i mezzi di comunicazione ed era particolarmente in sintonia con lo spirito dei tempi. La lotta ventennale contro Berlusconi è stata una lotta non già contro questi processi ma contro un competitore che contendeva alle sinistre la guida di questi processi stessi. Va oltretutto detto che, nell'interpretare il neoliberalismo, la sinistra è stata molto più efficace, nella pratica, del Cavaliere, il quale pensava soprattutto ai fatti propri. Le ferite più dolorose nella Costituzione e nella legislazione nazionale le ha lasciate proprio la sinistra. E in primo luogo la sinistra è responsabile di ciò che costituisce l'inizio della fine, sul piano istituzionale: la cancellazione del proporzionale e l'introduzione del maggioritario, nelle forme più o meno uninominali che si sono susseguite.
Nel tuo testo cerchi le radici del renzismo nella storia della sinistra italiana e arrivi a dire che Renzi non è affatto un estraneo a essa. Quali sono le radici politiche e culturali che conducono la sinistra verso i sentieri del liberismo e del liderismo?
Caduto il Muro di Berlino, il gruppo dirigente del Pci prima e poi del PdS, in difficoltà per via dei grandi mutamenti intervenuti nella società negli anni Ottanta, pare vincere un terno al lotto: improvvisamente acquisisce potere e un ruolo politico di governo. E' un paradosso: il partito la cui storia era legata a quella delle classi lavoratrici, arriva nella stanza dei bottoni proprio quando queste classi sono schiantate da una sconfitta epocale e diventa l'esecutore testamentario della loro sconfitta. Una parte di quel gruppo dirigente, in un certo senso ancora consapevole della questione dei rapporti di forza, cercherà di gestire questa situazione per evitare danni maggiori; un'altra parte, figlia della stagione del riflusso e totalmente deculturata, vedrà addirittura la caduta del Muro come un'opportunità. Entrambe le parti si porranno l'obiettivo "riformistico" di governare i processi in atto, dando vita a un'identità ibrida fatta di nostalgia e al tempo stesso rampantismo, che non è mai approdata nel campo della socialdemocrazia. Ma la tendenza storica, la riscossa globale delle classi dominanti, era molto più forte di queste illusioni e saranno semmai loro ad essere piegati da quei processi, fino a mutare completamente pelle. Ha ragione oggi Renzi nel dire che D'Alema è invidioso perché all'epoca in cui voleva portare il blairismo in Italia non gli è riuscito di fare ciò che sta riuscendo a lui. Il centrosinistra ha privatizzato e deregolamentato a mani basse, a spese dei ceti medio-bassi. Ha stravolto la Costituzione con l'architettura di Maastricht e ha preparato il più grande furto nella storia del paese, quando nel giro di una notte, con l'introduzione dell'euro, è avvenuto un trasferimento di ricchezza gigantesco a danno dei lavoratori dipendenti.
Nel trentennale della morte di Berlinguer – in cui tutti hanno voluto appropriarsi della sua storia – quali sarebbero quelle “incertezze” che gli addebiti in “Democrazia Cercasi”? Non credi, come Lucio Magri, che nei suoi ultimi anni avesse messo in discussione il “compromesso storico” e che quindi stesse ridisegnando un PCI conflittuale? Avrebbe condotto anch’egli il Pci alla dissoluzione?
Quand'è che il finisce il ciclo ascendente delle classi subalterne e comincia invece la loro parabola discendente, conseguenza della controffensiva proprietaria? Avviene tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, ovvero subito dopo l'approvazione dello Statuto dei lavoratori e nel pieno dell'ultimo ciclo di lotte operaie espansive del dopoguerra. In un contesto complicatissimo – siamo nel ciclo di transizione 1968-77 – il Pci stenta ad accorgersi di questo cambiamento decisivo. E prosegue la tradizionale politica di dialogo tra forze popolari, che era già stata alla base della partecipazione del Pci ai governi del primissimo dopoguerra, sino a preparare il Compromesso storico. C'è però una differenza fondamentale: una cosa sono le politiche di alleanze in una fase di ascesa, quando sei in grado di aprire contraddizioni nel fronte altrui e di imporre compromessi progressivi. Una cosa completamente diversa sono le alleanze in una fase di ritirata, e soprattutto quando è completamente invertito il ciclo politico-sociale. In tal caso sono gli altri ad aprire contraddizioni nel nostro fronte, tanto più che i compromessi diventano inevitabilmente a perdere. È noto che Berlinguer imposta questa politica anche per il timore di una svolta autoritaria nel paese: è l'inizio di quella tattica di riduzione del danno che ha contribuito all'assorbimento delle spinte emancipative del '68 nell'alveo di una rivoluzione passiva e alla loro rifunzionalizzazione in chiave neoliberale e che è divenuta l'unico orizzonte strategico della sinistra, un orizzonte che ancora perdura. Solo che all'epoca questo errore era espressione di una tragedia; oggi invece è un errore che non rientra nemmeno nel genere letterario della farsa, che ha una sua nobiltà. In gran parte della sinistra non c'è la minima comprensione della diversità della fase politica in atto, del fatto che un'epoca è finita per sempre. Tant'è che invece di attrezzarsi per vent’anni di semiclandestinità, ancora in troppi pensano di potersi salvare e di ritornare nei giochi attraverso le alleanze. Tutto invece è cambiato, tutto ricomincia da zero, come se fossimo agli albori del movimento operaio.
Scrivi che in politica non esiste la categoria del “tradimento”. Tuttavia mi interessa quella della coerenza. Come è stato possibile che ragazzi cresciuti nella Fgci nonché centinaia di migliaia di militanti abbiano capovolto il proprio punto di vista praticamente su tutto? Credi che alla base ci sia semplicemente il “realismo subalterno” che ha pervaso la storia del Pci o c’è altro?
C'è che la lotta di classe non si svolge soltanto sul terreno politico ed economico ma anche in quello culturale, dell'ideologia, delle forme di coscienza. Nel nostro stesso cervello si combatte in fondo una lotta di classe e non solo all'interno delle nostre organizzazioni di riferimento. La sconfitta delle classi subalterne è maturata nel corso di diversi decenni, è passata lungo molteplici percorsi paralleli e intrecciati ed è stata una sconfitta pressoché totale. Oggi le posizioni di partiti come Prc e PdCI, che pure non avrebbero nulla da perdere, sono più arretrate di quelle del vecchio Psdi di Cariglia o di Nicolazzi. Perché? Prc e Pdci hanno tradito? Non è così: con lo squilibrio crescente dei rapporti di forza di cui parlavo prima è avvenuto invece uno spropositato slittamento a destra dell'intero quadro politico - ma anche delle categorie con le quali leggiamo la realtà, dei significati diffusi, della mentalità dominante – e tutti i soggetti sono stati trascinati in questo smottamento, nessuno escluso. Ammettiamolo: cosa pagheremmo per avere un po' di socialdemocrazia? Percepirlo non è facile, perché la tradizione politica italiana si pregia di ispirarsi a un atteggiamento "realistico" che però, quando non è sorretto da un'analisi accurata e da una teoria forte, da una formazione politico-culturale solida, si rovescia in adesione spontaneista a ciò che è meramente "esistente", più che "reale". Bisogna poi tenere conto che, come nel gioco del calcio, nella lotta siamo almeno in due, se non di più, e che l'avversario o gli avversari sono oggi enormemente più forti di noi. È comprensibile che abbiamo finito per pensare il mondo con i pensieri che le classi dominanti ci hanno messo in testa, e a nominarlo con le loro parole. Si tratta, come dicevo prima, di fare oggi ciò che è stato fatto agli albori del movimento operaio. E questo anche sul piano dell'alfabetizzazione politica.
Eppure il PD non rinuncia alla retorica della sua storia per determinare l’arco delle forze politiche “responsabili” e di quelle “populiste”. A tal proposito hai parlato dell’“antifascistismo” come cosa ben diversa dall’antifascismo storico. Di che si tratta?
L'antifascistismo è cosa diversa dall'antifascismo. Mentre questo è un'esperienza politica precisa, legata a un fenomeno storico determinato e a un'analisi di questo fenomeno, l'antifascistismo è mera retorica declamatoria. E' un sottoprodotto della teoria del totalitarismo, in base alla quale la storia del Novecento è spiegata come la storia della lotta tra la democrazia liberale e due mostri egualmente totalitari, il nazifascismo e il comunismo, che tentano di stuprarla ma vengono sgominati dal Settimo cavalleggeri.
Non esiste nessun pericolo di fascismo in Italia perché non ce ne è bisogno: la televisione e la strumentalizzazione scientifica del desiderio basta e avanza. Agitarne lo spauracchio serve unicamente a legittimare le proprie nefandezze, ovvero a dire: qualunque cosa io faccia, qualunque legge approvi, qualunque attacco ai diritti del lavoro promuova, chiunque è contro di me è di per sé fascista, antidemocratico, autoritario; noi rappresentiamo il popolo, ovvero la democrazia. Ecco che fascista diventa chiunque non condivida il consenso neoliberale, le "regole del gioco" ovvero i contorni del monopartitismo competitivo e lo contesti pubblicamente. Persino un movimento come quello dei 5 Stelle, i quali semmai hanno assorbito gran parte delle frustrazioni sociali prevenendo lo sviluppo di movimenti di estrema destra, può essere dipinto come fascista.
Fausto Bertinotti ritiene che la sinistra anticapitalista dovrebbe apprendere dal liberalismo il rispetto per le libertà individuali visto che nel ’900 ha dimostrato di averne scarsa attenzione. Nel testo hai ribaltato questo ragionamento. In che modo?
Intanto, come ha fatto notare Domenico Losurdo, sembra che Bertinotti ignori completamente il dibattito tra Togliatti, Della Volpe e Bobbio, nel corso del quale il segretario comunista aveva ribadito come per i comunisti le libertà individuali fossero altrettanto importanti dei diritti economico-sociali. Aggiungerei che sembra ignorare lo stesso Marx, il quale considera le conquiste del liberalismo come un presupposto, come un punto di partenza del quale denunciare e oltrepassare i limiti, ovvero le clausole d'esclusione nei confronti dei lavoratori manuali o dei sottouomini delle colonie, in direzione di una universalizzazione della libertà. Infine, sembra ignorare anche Gramsci, il quale sosteneva che il programma liberale integrale è diventato il programma minimo dei socialisti.
C'è però un altro aspetto che spesso viene rimosso perché considerato scandaloso. L'individualismo liberale è in realtà un mito. Per lungo tempo, per i liberali non tutti gli uomini sono degni di essere considerati individui. Certo, l'individuo ha un bagaglio di libertà imperscrittibili: ma chi è effettivamente individuo, uomo? Oggi rimuoviamo questo fatto perché il liberalismo democratico che abbiamo conosciuto aveva abbandonato queste posizioni. Ma il liberalismo si è evoluto e si è distaccato dalla contiguità con il conservatorismo, con il quale ha stretto un blocco di alleanza sempre più rigido a partire almeno dal 1848, solo perché incalzato e per lungo tempo sconfitto dalle tendenze socialiste e rivoluzionarie. Il liberalismo democratico è dunque esso stesso in gran parte figlio della tradizione rivoluzionaria. E anche il suo individualismo lo è. La controprova sta nel fatto che una volta venuta meno la pressione del movimento socialista, il liberalismo è tornato su posizioni ottocentesche o persino pre-ottocentesche non solo per quanto riguarda le posizioni economico-sociali, non solo per i suoi progetti istituzionali, ma anche nei riguardi dei diritti individuali. Pensiamo alla diffusione del securitarismo in Europa, al trattamento dei migranti, ecc. ecc. (negli Stati Uniti, un paese nel quale da sempre le carceri traboccano di afro-americani, di individualismo non è mai stato il caso di parlare, se con tale termine si deve intendere una aspirazione universalistica).
A venticinque anni dalla caduta del Muro, la sinistra preferisce dimenticare e guardare oltre il ’900. Chi non dimentica, invece, appare la destra che, pur in assenza di una seria alternativa anticapitalista, continua in ogni modo a raccontarci, a modo suo, la storia del comunismo. Come te lo spieghi?
L'altra sera il Tg2 dava notizia dei 60 anni dell'ex calciatore Marco Tardelli con un servizio di "ricostruzione storica" nel quale si celebrava la caduta del Muro di Berlino e la vittoria dell'Occidente sul totalitarismo comunista. E' la dimostrazione che si tratta di un momento fondativo, costitutivo dell'autocoscienza neoliberale odierna. Ma pensa qualcosa di diverso il PD? Pensa qualcosa di diverso Vendola? Dove finisce dunque la destra e dove comincia la sinistra, oggi? Io ritengo che la distinzione tra destra e sinistra abbia ancora un senso ma che questi termini vadano profondamente ridefiniti e che vada ridefinito anche il campo della sinistra: oggi esso è estremamente sottile, ed è esso stesso lambito e invaso dalla destra.
In ogni caso è chiaro che la destra ha un rapporto migliore con la propria storia, anche perché – particolare di non poco conto – ha vinto; e questo è un elemento importante della sua attuale egemonia. La ricostruzione liberale della storia del Novecento, sintetizzata nella teoria del totalitarismo, infatti, è da tempo patrimonio comune anche della "sinistra" ufficiale, sia nella variante moderata che in quella radicale.
La mia impressione è che il ciclo 1968-77 abbia molto a che fare con tutto ciò. È in quegli anni che si diffonde l'atteggiamento postmoderno nei confronti della storia. Perché la catastrofe del Novecento? Non era forse il progetto emancipativo moderno, per via della sua presunzione universalistica, intrinsecamente sbagliato? Non è il primato della ragione inevitabilmente totalitario, visto che si tratta di mettere le braghe al mondo e di imporre alla realtà un decorso artificiale anche a costo di prenderla a martellate se si ribella? Non è meglio concentrarsi sulle libertà individuali, sganciando la libertà di ciascuno da quella di tutti e spostandola dal terreno politico a quello della vita privata? Da qui la denuncia dell'idea di progresso e del prometeismo moderno, del quale il marxismo e il capitalismo sono solo due varianti intercambiabili (un'idea del vecchio Heidegger, a guardar bene). Se questo o quello pari sono, però, in fondo meglio vivere sotto il capitalismo, perché almeno ci si diverte di più.
Invece la destra conosce bene le differenze, tant'è che non le dimentica. Anche di fronte all'ascesa di aree del mondo che un giorno potrebbero mettere in discussione l'organizzazione capitalistica della società, la destra sa benissimo che deve imporre anzitutto la propria egemonia culturale, la propria visione del mondo. Deve cioè diffondere l'ideologia naturalistica secondo la quale c'è stata storia ma ormai non ce n'è più, questa è l'unica realtà possibile e non si fuoriesce da questo orizzonte. La sinistra, purtroppo, sembra essere d'accordo e di questo assetto si propone al limite di edulcorare le contraddizioni con un po' di ecologia e di diritti civili. L'idea stessa di una fuoriuscita è impensabile.
Come si può capire, dobbiamo ricominciare pressoché da zero.

Tra la sconfitta della sinistra e Renzi-Bonaparte

Stefano Azzarà - “Democrazia cercasi” su La Gazzetta del Sud


Dalla Gazzetta del Sud 4 settembre 2014.
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Il saggio del messinese Stefano Azzarà

Tra la sconfitta della sinistra e Renzi-Bonaparte
Francesco Musolino



«La democrazia ha un inizio ma purtroppo, come tutto ciò che è nella storia, può anche avere una fine». Lo studioso d’origini messinesi Stefano G. Azzarà nel suo ultimo libro “Democrazia Cercasi. Dalla caduta del Muro a Renzi: sconfitta e mutazione della sinistra, bonapartismo postmoderno e impotenza della filosofia in Italia” (Imprimatur Editore, pp. 336) in un dialogo aperto con il lettore, s’interroga circa lo stato di salute della democrazia in Italia, in un periodo storico segnato dalla tecnocrazia imposta dai dettami economici europei, col rischio di tendenze autoritaristiche favorite dallo svuotamento della partecipazione politica. Azzarà – già allievo all’università di Messina del prof. Girolamo Cotroneo e oggi docente di Storia della filosofia politica all’Università di Urbino – presenterà il suo libro a Messina, lunedì alle 18 al Feltrinelli Point, dialogando col prof. Federico Martino e il consigliere comunale di Messina Gino Sturniolo.

Professore, cos’è successo alla sinistra italiana dopo la caduta di Berlusconi?
«Certamente il governo di Silvio Berlusconi era logoro politicamente ma le dinamiche della sua caduta sono il frutto di pressioni anomale e convergenti, tanto nazionali che internazionali. La decadenza della sinistra italiana comincia alla fine degli anni 80 e oggi abbiamo di fronte la sua naturale evoluzione; del resto l’attuale programma del Pd è molto più a destra di quello di Forza Italia nel ’94».
Nel suo libro afferma che la democrazia è in pericolo. Perché?
«Mi riferisco alla democrazia moderna, ovvero quel regime in cui viviamo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, segnato da diritti civili, garanzie formali e l’attiva partecipazione popolare. Ma negli ultimi trent’anni abbiamo assistito allo smantellamento progressivo dello stato sociale con la fine dei suddetti diritti, ponendo fine all’uguaglianza dei cittadini sul piano formale e il progressivo rafforzamento del potere esecutivo del governo a scapito del Parlamento e della rappresentanza popolare».
Lei definisce Matteo Renzi la “Bestia” che è stata a lungo evocata dal mondo politico.
«Il successo carismatico di Renzi rientra in un generale processo di personalismo, di bonapartizzazione della vita politica italiana, cominciato con Berlusconi. Se durante le primarie del Pd, le alte sfere del partito erano fortemente avverse al renzismo, oggi tutti sono stati cooptati. Ciò è stato possibile perché Renzi non segna affatto un cambiamento, anzi, il suo avvento è stato preparato nel corso di vent’anni; del resto è l’erede di una serie di politiche di stampo neo-liberale approvate anche dalla sinistra già a partire dal primo governo Prodi».
In quest’ottica lei è preoccupato per l’avvenire?
«La fine della democrazia moderna non significa necessariamente l’avvento d’un regime autoritario. Tuttavia siamo già immersi in un nuovo modello democratico in cui gli spazi di rappresentanza delle istanze sociali diminuiscono e diventa sempre più forte il ruolo dell’esecutivo, guidato da istanze tecnocratiche».

lunedì 25 agosto 2014

La fine della democrazia moderna in Italia

Possiamo ancora parlare di democrazia in Italia? Mutamenti imponenti hanno svuotato gli strumenti della partecipazione popolare, favorendo una forma neobonapartistica e ipermediatica di potere carismatico e spingendo molti cittadini nel limbo dell’astensionismo o nell’imbuto di una protesta rabbiosa e inefficace. Al tempo stesso, in nome dell’emergenza economica permanente e della governabilità, gli spazi di riflessione pubblica e confronto sono stati sacrificati al primato di un decisionismo improvvisato.

Dietro questi cambiamenti c’è però un più corposo processo materiale che dalla fine degli anni Settanta ha minato le fondamenta stesse della democrazia: il riequilibrio dei rapporti di forza tra le classi sociali, che nel dopoguerra aveva consentito la costruzione del Welfare, ha lasciato il campo ad una riscossa dei ceti proprietari che nel nostro paese come in tutto l’Occidente ha portato ad una redistribuzione verso l’alto della ricchezza nazionale, alla frantumazione e precarizzione del lavoro, allo smantellamento dei diritti economici e sociali dei più deboli. Intanto, nell’alveo del neoliberalismo trionfante, si diffondeva un clima culturale dai tratti marcatamente individualistici e competitivi. Mentre dalle arti figurative alla filosofia, dalla storia alle scienze umane, il postmodernismo dilagava, delegittimando i fondamenti e i valori della modernità – la ragione, l’eguaglianza, la trasformazione del reale… - e rendendo impraticabile ogni progetto di emancipazione consapevole, collettiva e organizzata.

É stata la sinistra, e non Berlusconi, il principale agente responsabile di questa devastazione. Schiantata dalla caduta del Muro di Berlino assieme alle classi popolari, non è riuscita a rinnovarsi salvaguardando i propri ideali e si è fatta sempre più simile alla destra, assorbendone programmi e stile di governo fino a sostituirsi oggi integralmente ad essa. Per ricostruire una sinistra autentica, per riconquistare la democrazia e ripristinare le condizioni di una vasta mediazione sociale, dovremo smettere di limitare il nostro orizzonte concettuale alla mera riduzione del danno e riscoprire il conflitto. Nata per formalizzare la lotta di classe, infatti, senza questa lotta la democrazia muore.

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Indice

Premessa
«Rinnovamento» della sinistra o spostamento a destra?

Capitolo primo
La lotta di classe dei ricchi. Dalla democrazia moderna al bonapartismo postmoderno: la rivincita delle élites nella crisi italiana
1. Una modesta proposta (bipartisan):
smantellare le istituzioni democratiche?
2. Il centrosinistra italiano e tanta coda di paglia
3. Dalla critica dei partiti all’antipolitica:
la delegittimazione della democrazia in Italia
4. Dalla subordinazione alla democrazia moderna:
l’ascesa del mondo del lavoro
5. Vittoria e declino del mondo del lavoro
6. Restaurazione
7. Democrazia o bonapartismo?
8. La fine della Guerra Fredda:
la restaurazione neoliberale e il ruolo dell’ex Pci
9. La deriva maggioritaria dell’ex Pci
10. La sinistra italiana dalla democrazia al neoliberalismo
11. Antifascismo storico e
Antiberlusconismo come antifascistismo
12. Democrazia integrale come espressione formalizzata
del conflitto
13. Liberalismo, neoiberalismo e torsione bonapartistica
delle forme democratiche
Capitolo secondo
Crisi della cultura di massa, postmodernismo e necessità della menzogna
1. Involgarimento della cultura?
2. Società di massa e cultura di massa
3. Genesi del postmodernismo e pensiero
della libertà individuale
4. La catastrofe del Novecento e la critica della modernità
5. Progetto moderno e costruzione del concetto di uomo
6. Catastrofe del Novecento, denuncia della ragione emancipazionista e contestazione della tradizione democratico-rivoluzionaria
7. Grandi narrazioni, storia e potere
8. Storiografia postmoderna, dialettica e potere
9. Rovesciamento del postmodernismo:
dall’”individualismo” al primato della forza
10. Postmodernismo e restaurazione neoliberale
11. Libertà privata e libertà politica
12. Distruzione della verità, ermeneutica dell’opinione
e paralisi dell’azione politica
13. Conclusione: postmodernismo come
apologia dell’esistente e filosofia come edificazione
Capitolo terzo
Ermeneutica, «Nuovo Realismo» e trasformazione della realtà. Una radicalizzazione incompiuta per la filosofia italiana
1. Realismo come contemplazione dell’esistente?
2. Ermeneutica ed emancipazione immaginaria
3. Realismo, nominalismo e rapporti di forza
nella sfera ideologica
4. La svolta inavvertita dell’ermeneutica verso
il “secondo realismo”
5. Una radicalizzazione incompiuta
Conclusione
Tenere vivo il conflitto per mantenere aperto l’orizzonte della democrazia e dell’alternativa